Le vene aperte del Brasile

Le vene aperte del Brasile

di Eugenio Marino

“Tuo malgrado/ domani sarà un altro giorno./ Pagherei per vedere fiorire il giardino/ che tu non volevi/. Ti farai il sangue amaro/ nel vedere il giorno risplendere/ senza averti chiesto il permesso”.

Così cantava Chico Buarque in Tuo malgrado, una canzone del 1970 che per anni venne censurata dal regime, in Brasile. Quel Brasile ricco di una natura generosa che gli è valsa, per circa 500 anni, la bramosia di europei prima e nordamericani dopo. Quel Paese (e tutto il continente latinoamericano) si affaccia al XXI secolo con una storia pesante sulle spalle, fatta di sopraffazione, dolore, violenza e sangue. Sangue che è ancora possibile vedere, parafrasando Galeano, nelle vene aperte del Brasile.

Si, perché le vene del Brasile sono state aperte per lungo tempo e ne sono usciti fiumi di sangue. Anche nel Novecento, anche nel mondo diviso in due blocchi, quel grande e meraviglioso Paese non ha avuto la possibilità di autodeterminarsi davvero. È stato sempre “colonia” di qualcuno. Qualcuno che ne sfruttava le materie prime, che produceva beni di consumo per i mercati nordamericani ed europei, senza favorire una industrializzazione locale, un mercato locale, la nascita di qualcosa che somigliasse anche lontanamente a una borghesia. Una massa sconfinata di miserabili pareva su quelle terre destinata a perpetuare se stessa e insieme, accanto il benessere di ristrettissime e ricchissime élite politiche e agrarie che detenevano il potere sotto il controllo straniero.

Un potere imposto, nel secolo scorso, con colpi di Stato, dittature sanguinarie, violenze inaudite, stermini di movimenti indigeni quanto di giovani studenti e intellettuali, politici e sindacalisti.

E nel periodo che va dalla fine della Seconda Guerra mondiale poi, la Sinistra internazionale che voleva liberare il Brasile (e l’America Latina in generale) da questo incubo di violenza interna e straniera, si è spesso divisa tra chi individuava come unica via quella violenta, cioè delle rivoluzioni armate e chi auspicava invece la via pacifica e democratica. Anche su questo, per lungo tempo, si è consumata una contrapposizione strisciante tra PCUS e PCI: il primo che predicava nella Sinistra latinoamericana la lotta armata, il secondo che lavorava quotidianamente e pazientemente per la diffusione di una cultura democratica capace di portare le masse alla coscienza e alla presa del potere attraverso libere elezioni. Basti ricordare, in questo senso, le missioni di dirigenti del PCI come Renato Sandri in tutta l’America Latina: le ha raccontate bene anche Roberto Borroni nel libro Renato Sandri. Un comunista italiano.

Ecco, alla fine la storia ci ha insegnato che la visione del PCI e di uomini e dirigenti come Sandri è riuscita a trovare una sua strada. Oggi il Brasile, nonostante problemi di scala continentale e contraddizioni incredibili, viene da un lungo periodo di democrazia – un battito di ciglia rispetto ai suoi 500 anni di tormento, ma sufficiente perché un ragazzo italiano di vent’anni quando pensa a quel Paese vede un gigante economico che ha trovato il suo posto nel mondo ed è oggi alla guida di altri Paesi emergenti. Costituzione democratica, poderose politiche di redistribuzione di risorse e reddito, istruzione, hanno permesso in poco più di un decennio a più di trenta milioni di Persone (si, con la maiuscola) di uscire dallo stato di estrema povertà.

È stata una rivoluzione (nonviolenta). E fu impresa collettiva, di popolo e di generazione, ma anche di una classe dirigente venuta su alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso (di loro parla Ivan Alves Filho in O historiador e o tapeceiro). E il vero leader e statista democratico di questa generazione è Luiz Inacio Lula da Silva.

Si, perché il grande merito dell’ex sindacalista e presidente brasiliano, è stato proprio quello di rinunciare a qualsiasi tipo di conflitto armato, che avrebbe prodotto altro sangue, caos, insicurezza e possibile isolamento internazionale. Enormi masse di poveri sono state condotte fuori dal bisogno più estremo e a una consapevolezza crescente dei propri diritti e delle proprie opportunità. I governi Lula hanno agito costantemente nell’ambito della democrazia, dell’accettazione del mercato, delle regole internazionali, dell’amicizia con l’Europa e gli USA, ma rifiutando ogni subalternità.

Quasi impossibile per una società immobile da troppo tempo come quella italiana immaginare trenta milioni di persone affacciarsi in una manciata di anni alla cittadinanza, al benessere, ai consumi e altrettanti compiere un salto di status sociale. Sessanta milioni di persone (un paese come la Francia o l’Italia), un intero popolo, in qualche modo ‘inventato’ dalle politiche dei governi Lula. L’impulso delle politiche pubbliche ha infatti innescato una trasformazione radicale del volto economico e sociale del Brasile, avviando la prima vera industrializzazione del Paese (con settori di ricerca avanzatissimi a livello internazionale) e creando praticamente dal nulla un ceto medio diffuso.

Il gigante si è svegliato nel giro di due lustri, diventando un protagonista in politica estera capace di ritagliarsi un ruolo in aree e situazioni internazionali delicate. Lula lo ha collocato tra i Paesi che ricercano una alternativa da sinistra al mercato e alla finanza selvaggia che ha prodotto le peggiori crisi economiche della storia. Alternative, certo, non sempre valide e forse non ancora del tutto efficaci, ma che certamente hanno spesso indotto le istituzioni monetarie internazionali a cercare nuove risposte.

Ecco, tutto questo è stato Lula e i suoi governi in termini storici, politici ed economici. È stato l’uomo che ha dato al Brasile quell’“altro giorno” di cui parlava Buarque nel 1970 e che non ha chiesto il permesso per farlo finalmente splendere. L’uomo che ha fatto pagare sfruttatori interni e stranieri “per vedere fiorire il giardino” che non volevano veder fiorire.

Dentro questa enorme svolta storica pacifica, non violenta, democratica, di sinistra, Lula ha commesso dei reati?

Non lo so e mi auguro di no. Come è d’obbligo in questi casi, diremo tutti che la giustizia farà il suo corso e, se uno o più reati dovessero essere provati, come è giusto ne risponderà dinanzi a un tribunale. Ma anche qualora la risposta fosse “si”, beh, colpe e macchie non potranno cambiare la storia. Soprattutto, non dovranno minare quel cammino che, Lula prima e Dilma poi, hanno consolidato e accelerato in Brasile per farne un Paese libero, autonomo, democratico, giusto nella distribuzione dei diritti, della ricchezza e della dignità delle Persone: milioni di persone che mai nella storia avevano ricevuto da un Governo tanta dignità.

Oggi, che il Paese vive un periodo di frenata economica e di fibrillazioni politiche e istituzionali, l’impressione che si ha è che le forze della reazione, chi più ha perso in questi anni, ne approfittino per colpire un simbolo di quel cambiamento che hanno subito e meditano una vendetta politica. Sarebbe un passo indietro pericoloso per il Brasile e l’America Latina che deve ancora chiudere tutte le sue vene.