Fermare la barbarie.

Fermare la barbarie.

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Meno di un anno fa, era il 3 ottobre, nel mare di Lampedusa morivano in 366. Donne, uomini, bambini. Ne furono scosse le coscienze. L’Europa si presentò davanti a quelle bare allineate con le massime autorità. Furono spese parole, impegni, promesse. “Mai più” si disse. E nessuno può dubitare che l’intenzione fosse sincera. Invece da allora poco o nulla è cambiato. Quella tragedia spaventosa nei numeri, in realtà era solo l’ultima di una serie. Tre giorni prima, a Scicli, i morti erano stati 13 e pochi giorni dopo – l’11 di ottobre – nello stesso braccio di mare, tra la Sicilia e il Nord Africa, ne morirono altri 50. Un conteggio intollerabile, e quel che è peggio, impreciso per difetto come ci ricordano le organizzazioni umanitarie che parlano di migliaia di persone letteralmente inghiottite in questo tratto di mare o nei tragitti via terra seguiti dai trafficanti di ‘corpi’ a cui si affidano donne e uomini disperati in fuga da guerre, carestie, persecuzioni di ogni genere.

Che poco sia cambiato lo confermano i resoconti sulla morte delle 30 persone arrivate senza vita a Pozzallo. Ricostruzioni orrende che parlano di una lotta per la sopravvivenza, dove a soccombere sono stati i più disperati, privi del denaro per un posto in coperta. Impossibile per noi immaginare come si possa morire soffocati, al buio, cercando fino all’ultimo una via di fuga, ma senza riuscirci perché una massa di corpi ammassati lo impedisce. Un racconto, immagini, che ripropongono l’imperativo morale: eventi simili non debbono ripetersi mai più. Ma se queste parole hanno un senso, allora è giusto smetterla col rimpallo delle responsabilità. Quell’odioso ping-pong che finora ha visto soccombenti non i governi, ma migliaia di esseri umani. L’Europa che vogliamo passa anche dalla sua capacità di restituire valore al concetto di civiltà.

Da dove iniziare?

Per prima cosa finendola di considerare quanto accade nel Mediterraneo come una cosa imprevista e imprevedibile, un dramma a ‘sorpresa’ da fronteggiare con soluzioni d’emergenza, quasi sempre confuse, dispendiose, inefficaci. I numeri e l’analisi dei fatti dicono che non siamo davanti a un cataclisma inatteso. Ecco perché serve un approccio diverso, che parta da quanto di buono si è fatto sinora. A cominciare da Mare Nostrum, la missione voluta dall’Italia, solo da noi sostenuta e che finora ha salvato più di 27mila persone. E’ giusto rivendicarlo anche con una punta di orgoglio, ma sapendo che quel genere d’intervento non potrà protrarsi all’infinito né risultare sufficiente se slegato da una strategia più ampia, di natura anche politica. L’altro cambiamento positivo è la presa d’atto che il Mediterraneo è il confine meridionale di tutta l’Europa, non il mare che bagna alcuni paesi proiettati in quel bacino. Ma qui finiscono i segnali positivi. E sono oggettivamente pochi. Troppo pochi.

Serve una svolta. Adesso. Subito.

Serve una percezione radicalmente diversa del fenomeno.

SinistraDem indica 6 punti sui quali agire nell’immediato, a livello istituzionale e con una campagna di informazione e solidarietà nel Paese.

  1. Bisogna cominciare da una campagna d’informazione sull’entità reale di queste “migrazioni forzate” e sulle ragioni che le provocano. Anche così si contrastano gli argomenti di quanti alimentano egoismi e paure sulla base di numeri e dati falsi o intenzionalmente alterati. In Italia, ad esempio, ciclicamente viene riproposto il racconto di sbarchi di massa e di imminenti ‘esodi biblici’ a fronte di un’Europa ‘matrigna’ disinteressata, contraria anche solo a farsi carico, e in misura parziale, della gestione del fenomeno. Si tratta di una lettura che può attecchire, tanto più in un periodo di crisi di sistema come quello che attraversiamo. E’ quindi indispensabile dire la verità: non ci troviamo davanti a nessuna emergenza nazionale. L’emergenza umanitaria, semmai, esiste nei paesi da cui le persone fuggono perché disperate o in quelli confinanti, com’è il caso di Giordania, Kenya o quel Libano dove i profughi ammontano a 800mila. Insomma la realtà per il nostro Paese è molto diversa. I migranti forzati che nel 2014 hanno richiesto asilo in Italia sono stati circa 28mila e non tutti potranno ottenerlo.

A oggi i rifugiati residenti nel nostro Paese sono poco più di 65mila, una goccia nell’oceano se si pensa agli oltre 51 milioni di rifugiati e sfollati censiti dall’UNHCR nel mondo.

Allo stesso modo va contrastata l’idea che vedrebbe l’Europa lontana da noi. Il punto non è quello, ma comprendere che gli interventi richiesti erano parziali o sbagliati perché non aggredivano le cause del dramma, con una conseguente inefficacia e percezione di impotenza. Se parliamo di risorse economiche, in realtà, dal 2007 al 2013 all’Italia sono stati erogati oltre 478 milioni di euro per fronteggiare il fenomeno. Il ‘bancomat’ Europa ha quindi elargito molto, ma agendo solo sugli effetti mentre è evidente che si deve chiedere a Bruxelles, e non solo, che la questione venga assunta nei termini corretti, sul piano della politica internazionale e con l’obiettivo di intervenire sulle cause di queste tragedie.
2. Se le cose stanno così, la seconda priorità è che il semestre di presidenza italiana rilanci il ruolo dell’Europa e di una sua politica estera verso i paesi interessati dai fenomeni migratori, e insieme costruisca con gli Stati membri un coordinamento e una condivisione maggiori nelle operazioni di soccorso e ricollocazione.

Tutto ciò non solleva l’Italia dalle proprie responsabilità. Dobbiamo dotarci di una legislazione adeguata, recependo le direttive comunitarie e rendendo il nostro sistema di accoglienza e inserimento più umano ed efficiente. Si tratta di due momenti di una strategia unica che deve mettere al centro di una vera e propria missione la persona, la sua dignità e integrità fisica.
3. L’Europa deve sviluppare una politica internazionale volta a intervenire nelle zone di conflitto come agente di pace e sviluppo.

Parallelamente bisogna attivare ‘corridoi umanitari sicuri’ in partnership con gli Stati dell’Africa settentrionale, le Agenzie e Ong internazionali operanti sul campo. In concreto questo significa contrastare con decisione le organizzazioni criminali internazionali che lucrano su questo traffico e istituire centri diffusi dove poter presentare le domande di asilo e rimanere in sicurezza in attesa di risposta.

Centri che potrebbero, in parte, essere istituiti presso le sedi diplomatiche o in altri luoghi demandati in accordo con i governi locali e l’ausilio delle organizzazioni umanitarie.

In questo modo si colpirebbe la tratta, garantendo l’incolumità dei profughi e il loro diritto effettivo a presentare domanda di asilo come previsto dalla Convenzione di Ginevra.

Affinché questi corridoi siano funzionanti è indispensabile la partnership dei paesi africani interessati, da richiedere e incoraggiare soprattutto attraverso politiche di cooperazione e sviluppo, prevedendo nei trattati clausole umanitarie vincolanti in qualsiasi accordo di sviluppo e cooperazione in tutti i campi.
4. Ma anche questa prima condizione da sola non è sufficiente. L’Europa deve predisporre un piano di salvataggio e ricollocamento più efficace e solidale per quanti arrivano o provano a farlo a bordo di mezzi insicuri e in condizioni disperate.

La missione Mare Nostrum è stata utile ed efficace anche in rapporto alla debolezza dimostrata da Frontex sul piano operativo e all’ambiguità del suo mandato. Ma la missione italiana da sola non basta. C’è la necessità che Frontex subentri a Mare Nostrum.

Un primo passo importante è stato compiuto con la ridefinizione delle funzioni che essa deve svolgere, rafforzando l’aspetto umanitario e di salvataggio. E’ quindi necessario incrementare i fondi stanziati perché la missione possa svolgersi in tempi e forme adeguate.

  1. Sull’accoglienza, che è la misura stessa della civiltà di un Paese, bisogna ripensare finalmente il regolamento di Dublino e procedere rapidamente all’armonizzazione su scala europea delle legislazioni nazionali che regolano il diritto di asilo, garantendo standard di qualità omogenei.

L’Italia non si è mai dotata di una disciplina organica sul diritto di asilo, e questa lacuna va colmata accelerando l’iter della proposta di legge in materia che da tempo è all’esame della Camera. Un punto essenziale perché questo diritto sia garantito nel rispetto della dignità della persona è il superamento della logica che oggi caratterizza la gestione della prima accoglienza, coi migranti ammassati in grandi strutture spesso inadeguate e prive dei requisiti necessari per garantire i diritti essenziali degli ospiti. Occorre strutturare un sistema di accoglienza diffuso, decentrando piccoli gruppi nel territorio nazionale, attraverso un coordinamento più efficace tra Governo, Prefetture, Regioni, Enti locali e associazioni di volontariato. E’ giusto, dunque, prendere atto della fallimentare esperienza dei CARA e dei CIE, puntando su un sistema diffuso di accoglienza che veda protagoniste le Regioni in fase di programmazione e gli Enti locali –  attraverso la rete SPRAR – nell’accoglienza, protezione e inserimento di quanti vedono accolta la domanda di asilo. Investire su questo modello, verificandone l’efficienza effettiva e il pieno sfruttamento delle potenzialità già esistenti, significa valorizzare e rafforzare una buona prassi già esistente, mettendo al centro le persone, la loro umanità e dignità. Aspetti irrinunciabili per chi crede nella necessità di costruire una accoglienza ordinata, ma senza sbarre, moderna, umana, dignitosa e per questo più efficace nel prevenire e contrastare le patologie della clandestinità.

6. L’inadeguatezza dell’attuale sistema di accoglienza produce effetti ancor più drammatici nel caso dei minori non accompagnati che arrivano nel nostro Paese in numero crescente, per l’assenza di strutture idonee alla loro condizione specifica, di strumenti per la loro tutela giuridica, di personale qualificato per la loro assistenza. Anche su questo puntoproponiamo di accelerare la specifica proposta di legge di tutela dei minori non accompagnatiattualmente all’esame della Camera.

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L’Europa non può permettersi un ‘federalismo dei diritti umani’, con Stati che li tutelano pienamente e altri che voltano lo sguardo altrove. Eccolo un banco di prova per un’Europa che vogliamo rimetta al centro le persone e i loro diritti inalienabili. Una sfida di senso che renderà chiaro quale Europa vogliamo costruire e consegnare in eredità ai nostri figli.