Pd, serve piu’ Moro e meno Fanfani.

Pd, serve piu’ Moro e meno Fanfani.

di Giorgio Merlo

Potremmo scomodare due giganti della politica italiana del ‘900, i due grandi “cavalli di razza” Aldo Moro e Amintore Fanfani per capire come affrontare e risolvere la crisi, sempre piu’ marcata e forte, in cui versa il centro sinistra nel nostro paese. E, in particolare, del suo principale azionista politico, cioe’ il Partito democratico. Lo dico perche’ dopo la doppia manifestazione del Pd di Renzi a Milano e della convention di Giuliano Pisapia di Roma il panorama politico di questo campo e’ profondamente cambiato. Da Milano e’ partito un invito esplicito del leader del Pd “a scendere dal treno” se non si condivide il suo progetto politico. E da Roma, checche’ se ne dica, la parola d’ordine che si respirava tra la folla in piazza e anche tra gli stessi relatori era quella di “scegliere da che parte stare”. E cioe’ o con quella piazza o con Renzi.

Ora, di fronte a queste macerie – almeno per quanto riguarda il centro sinistra – si tratta di capire come procedere rapidamente. Anche perche’ ci sono 2 approcci politici che possono essere scelti. O prevale il metodo conciliare privilegiando il dialogo e il confronto oppure, al contrario, vince il tono muscolare che radicalizza e che, quasi sicuramente, fa saltare il tavolo. E quindi l’alleanza di centro sinistra o come la si vuol definire.

Certo, puo’ addirittura apparire blasfemo citare i “due cavalli di razza” Dc del secondo dopoguerra italiano parlando della misera e un po’ squallida politica contemporanea. Ma quello che voglio richiamare in queste poche righe e’ il metodo – che poi e’ anche merito – che questi grandi protagonisti politici del passato hanno saputo mettere in campo nelle varie fasi politiche italiane dove, come noto, erano sempre e solo protagonisti e mai comprimari. C’e’ una data, al riguardo, che puo’ essere di monito e di confronto con cio’ che capita attualmente nel Pd e nel campo del centro sinistra. Penso a come la Dc gesti’ e affronto’ le polemiche e l’assedio politico e culturale dopo la rovinosa sconfitta al referendum sul divorzio nel 1974. Partito isolato, chiuso nel suo fortino, impermeabile al vento che soffiava nella societa’. Ora, e’ del tutto scontato che non si possono tracciare parallelismi cin quella fase storica. Ma e’ del tutto evidente che dopo quella sconfitta la strategia morotea e quella fanfaniana si divisero profondamente. Perche’, di fatto, erano inconciliabili. L’una tutta protesa a costruire quella “cultura dell’attenzione” e del “confronto” con tutti, a partire dal Pci, per costruire “nuovi equilibri” e aprire una “nuova fase” nella politica italiana. L’altro, lo statista aretino, proteso a fare del partito l’unico punto di riferimento e a rinserrare ulteriormente le fila per evitare fughe in avanti o innescare un rapido ed inarrestabile sgretolamento dell’intero castello, cioe’ del partito.

Purtroppo oggi non ci sono piu’ i Moro e i Fanfani. La storia evolve e le stagioni politiche cambiano. E di molto. Ma di fronte alle palesi difficolta’ in cui versa il campo del centro sinistra – dal Pd al nascente Campo progressista di Giuliano Pisapia – si deve scegliere quale strada intraprendere. E cioe’, o tirare dritti senza fermarsi oppure, al contrario, ricercare la strada del confronto e del dialogo per tentare ancora di ricucire e di ricomporre. Appunto, la strategia morotea. Una strategia che, vorrei dirlo con chiarezza, non mira ad attenuare le ragioni fondanti della propria identita’ o del proprio progetto politico. Ma, semmai, punta a ricomporre la “mission” del Pd all’interno di un quadro piu’ vasto e articolato. Che e’, appunto, il centro sinistra. Perche’ l’alternativa a questo scenario e’ duplice: o consegnare il paese alla destra o all’avventurismo dei 5 stelle o inaugurare una stagione all’insegna del trasformismo e del consociativismo. Insomma, la sconfitta definitiva della mission dl Pd, la scomparsa inevitabile del centro sinistra e la rottura di un progetto politico che, proprio da Moro e Fanfani, ebbe una spinta propulsiva e quasi rivoluzionaria. Per quei tempi cosi’ difficili e cosi’ complessi.

Ma per centrare quell’obiettivo, oltre alla disponibilita’ a condividere un progetto politico, e’ altresi’ indispensabile adottare un metodo – con una chiara valenza politica – che sappia unire, ricucire, ricomporre e non solo destabilizzare e spaccare. Forse e’ giunto il momento che anche l’attuale classe dirigente, peraltro digiuna di cultura politica e di solidi punti di riferimento, sappia riscoprire almeno quel metodo e quell’approccio che nel passato ha permesso di governare complessi e difficili processi politici garantendo e salvaguardando sempre il quadro democratico e costituzionale. E oggi riscoprire il metodo “moroteo” significa, molto semplicemente, riprendere a tessere quel filo che e’ l’unica arma per ridare qualita’ alla democrazia e credibilita’ alla politica. Se, invece, dovesse prevalere il tono muscolare e l’aggressivita’ come cifra esclusiva di comportamento, non lamentiamoci se poi tutto il castello precipita a vantaggio della sola antipolitica con inquietanti accenti anti istituzionali e sempre piu’ avventurosi.