Pace Accoglienza Sicurezza.

Pace Accoglienza Sicurezza.

Contributo dell’Associazione SinistraDem-Campo Aperto per i circoli, la conferenza programmatica del Pd e un nuovo centrosinistra

Work in progress (luglio 2017) – Scarica il documento in PDF

La registrazione dell’iniziativa su Radio Radicale

La sinistra è ciò che dice e ciò che fa. Vale anche per il tema che interroga l’Europa, le sue istituzioni, milioni di cittadini convinti del rischio di una invasione di migranti destinata a travolgere le loro vite.

Partiamo dalle cifre che non sono tutto, ma qualcosa raccontano. Se riflettiamo su di noi – sull’Italia – bisogna sapere che il flusso dei migranti parte da paesi che vivono in prevalenza una condizione di instabilità, spesso di conflitto, fame e dittature. Mali, Nigeria, Ciad, Sudan, Etiopia, Repubblica democratica del Congo, sono tutte realtà considerate instabili. Somalia e Libia sono Paesi fuori controllo. Dalla regione a cavallo tra Senegal e Mauritania oltre che dalla parte della Nigeria che confina con il Camerun si muovono flussi consistenti di migranti qualificati come “economici”.

Il motore della paura che la destra, e non solo, cavalca è spesso l’equazione tra migranti, invasori e terroristi. Quasi mai si considera un aspetto: la profonda asimmetria demografica tra Europa e Africa. Oggi l’Europa rappresenta il 10% della popolazione mondiale (738 milioni di persone) ma scenderemo al 7% nel 2050 quando l’Africa che oggi vale il 16% della popolazione globale (1 miliardo 186 milioni) arriverà a circa il 25% (2 miliardi e mezzo di esseri umani). L’età media in Europa è di circa 45 anni, nell’Africa subsahariana non arriva a vent’anni. E anche questo fa la differenza. Per esempio, in questo scarto sta in gran parte la possibilità di salvare una tra le più belle e giuste invenzioni dell’Europa: il welfare universalistico. Già oggi (sono dati INPS) i lavoratori stranieri regolari letteralmente ‘pagano’ le pensioni di oltre 650.000 italiani. E non si dica che andrebbero messe in campo politiche di incentivo alla natalità (cosa peraltro del tutto condivisibile), poiché il trend di invecchiamento delle popolazioni europee è di tale portata che solo un ritorno ai tassi di natalità del XIX secolo potrebbe invertirlo.

Molte di quelle persone fuggono da guerre, carestie persecuzioni, stupri, violenze sulle donne. La depressione economica è notevole e l’agricoltura di sussistenza conosce una crisi radicale. La fame opprime decine di milioni di africani. Pensiamo a cosa questo può voler dire in un paese come la Nigeria che conta poco meno di 200 milioni di abitanti, ma a metà secolo vedrà salire la sua popolazione a quasi mezzo miliardo.

È un dovere colpire i trafficanti sapendo che non sono l’origine dei flussi ma gli sfruttatori di un mercato (inteso nel senso più volgare, della relazione tra domanda e offerta) che purtroppo esiste.

Di fronte a questa fotografia la realtà è che un paese come il nostro, è “sempre più dentro il Mediterraneo, ma senza una politica mediterranea” (fonte, Limes). Serve riaprire la trattativa in Europa, ricercare alleanze, dal momento che la sola via ragionevole è avere una strategia di medio e lungo periodo capace non di “supplicare” Bruxelles di fare la sua parte, ma in grado di mostrare all’Europa che esiste una politica mediterranea capace di non subire, in grado di umanizzare e per quanto possibile regolare i flussi di ingresso anche con corridoi umanitari che dove sperimentati stanno dando segnali confortanti.

Questo richiede politiche di cooperazione, ma sempre nella consapevolezza di cosa spinge milioni di donne, uomini, bambini a fuggire da condizioni di vita o di sopravvivenza per loro insostenibili. Se si rimuove questa nota di verità si precipita nel vuoto.

Per tutte queste ragioni noi abbiamo il dovere morale di accoglierli.

Abbiamo anche il dovere morale di aiutare ogni essere umano a fuggire dalla disperazione, dalla fame, dalla miseria o dalla guerra. Ma se sei la sinistra non puoi cedere alla formula che nega o riduce la portata etica di quel dovere di accoglienza. Costerà dei consensi? È probabile, ma ci sono temi che esigono coerenza.

Insieme a questo – al primato dei diritti umani – esiste l’etica della responsabilità, cioè il farsi carico delle paure e di una domanda diffusa di sicurezza e legalità. Sappiamo dalla storia drammatica del ‘900 che crisi economiche, diseguaglianze, disoccupazione possono condurre a vere e proprie “guerre” tra poveri. Ma da quelle stesse tragedie abbiamo anche appreso che compito delle istituzioni e delle classi dirigenti è decidere come “governare” tensioni e sentimenti. Se alimentando odi, contrapposizioni o costruendo mescolanza e solidarietà. Ecco perché dignità, cittadinanza e sicurezza crescono assieme. Perché l’investimento su scuola, formazione, cultura, piani umanitari, dialogo interreligioso sono decisivi. E perché è centrale il rispetto della libertà e dell’autonomia delle donne.

Allora che fare? 

Ci sembra che il punto di partenza sia riconoscere che l’Europa non ha retto alla prova di questa nuova migrazione. Qualcuno ha detto che siamo rimasti “sfigurati dalla paura”. Sembra una definizione fondata.

Il paese che riceve il maggior numero di donne e uomini in fuga da guerra e persecuzioni è la Turchia (oltre un milione e mezzo), seguita da Pakistan, Libano, Iran, Etiopia e Giordania. I tre paesi che producono il più alto numero di profughi sono la Siria (poco meno di 4 milioni), l’Afghanistan e la Somalia. Bisogna, quindi, fare attenzione a un aspetto: l’invasione dei profughi è prima di tutto un dramma che si risolve dentro il perimetro del Sud del mondo.

Questa esplosione di migrazioni forzate trova la sua causa prima nella decomposizione degli Stati post-coloniali tra il Medioriente, l’Africa e l’Europa sud-orientale. In questa logica il Mediterraneo diventa, in senso letterale, lo spartiacque e per l’Italia la principale, o tra le principali, passerelle tra i migranti e il loro obiettivo finale che coincide spesso con l’Europa centro-settentrionale.

Ha ragione il governo italiano quando denuncia l’assenza di sensibilità da parte degli altri paesi dell’Europa. Nei fatti il rifiuto del migrante declassato a clandestino è la premessa per la costruzione di nuovi Muri e per una nuova divisione in senso nazionalistico del Vecchio Continente. Insomma un incubo da scacciare è quello di un’Europa senz’anima o che la sua anima la vede annaspare tra le onde del Mediterraneo.

Per quanto riguarda l’Italia parliamo di 180 o 200mila arrivi all’anno. Ma è anche il caso di rammentare che molti migranti venuti da più tempo stanno lasciando il nostro paese a causa della crisi, il che fa sì che il saldo migratorio sia oggi in pareggio o persino, secondo alcuni, negativo. Vuole dire che il trend dell’emigrazione per la prima volta dopo parecchi anni è in crescita mentre aumenta il numero di giovani italiani che cercano riparo all’estero per trovare opportunità professionali che qui non trovano più.

A questo punto proviamo a indicare alcuni punti operativi.

Una premessa è d’obbligo: possiamo pure invocare il raddoppio dei Cie o forme di controllo e repressione più marcate, ma bisognerebbe avere l’onestà di riconoscere che quando i migranti dopo un viaggio che può durare mesi, talvolta anni, giungono sulle coste libiche è “troppo tardi” e bisogna per forza di cose agire “a monte”. Detto questo, proviamo a indicare alcuni tasti su cui battere per governare il fenomeno fuori dall’approccio emergenziale.

1. La famosa immigrazione economica in Italia è diminuita in modo significativo, rimpiazzata da quella di una popolazione che cerca protezione e rifugio. Potremmo dire (l’ha scritto mesi fa Limes) che “non è più la ricchezza ad attrarre ma la democrazia e il rispetto dei diritti umani”. Questo è vero in parte, ma dobbiamo dirci che avendo bloccato i flussi di ingresso per migranti economici il solo modo di entrare in Italia è su rotte e mezzi clandestini (lampante il caso di barconi carichi di migranti provenienti dal Bangladesh). Anche per questo l’Italia è oggi alle prese con un numero di richiedenti asilo che non ha precedenti. Occorrerebbe rilanciare una politica dei flussi concertata con le parti sociali che realisticamente cerchi di ‘aprire’ le frontiere sulla base delle esigenze del mercato del lavoro.

2. Chiediamoci: chi sono gli irregolari oggi in Italia? Dopo la Bossi-Fini un lavoratore con regolare permesso di soggiorno, nel momento in cui perde il suo impiego e magari sta mandando il figlio a scuola, ha un anno di tempo per trovare un’altra occupazione. Se non ci riesce diventa un irregolare con il rischio di essere sottoposto a provvedimento di espulsione. E allora oltre alle parole, sarebbe sacrosanto abrogare e rimuovere del tutto il reato di clandestinità introdotto dal decreto Maroni, superando quelle norme che non solo non hanno funzionato ma hanno prodotto situazioni di profonda ingiustizia. La Bossi-Fini non è riformabile, c’è bisogno di un nuovo testo unico sull’immigrazione. Una consapevolezza che nei mesi scorsi ha portato i nostri deputati Paolo Beni e Beppe Guerini  a depositare una proposta di legge alternativa a quella vigente e che ha spinto un ampio cartello di associazioni e forze sociali a lanciare la campagna “Ero straniero – l’umanità che fa bene”.

3. Sempre nella logica di un’azione “a monte”, c’è bisogno di una politica estera della UE in materia di cooperazione e accoglienza. Concretamente, questo significa rafforzare la partnership con i paesi africani e realizzare, di concerto con le organizzazioni umanitarie internazionali, un programma europeo di resettlement e ammissione umanitaria. In questo senso la Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato ha elaborato un Piano in 4 punti che sosteniamo con convinzione e proponiamo che l’Italia si impegni a sostenere:

Definizione di un programma coordinato di reinsediamento utilizzando gli strumenti esistenti di politica esterna dell’Unione europea.

Individuazione dei beneficiari di protezione umanitaria nei luoghi di partenza verso l’Europa attraverso le Delegazioni diplomatiche del Servizio europeo per l’azione esterna e/o la rete diplomatico-consolare degli Stati Membri, col coinvolgimento delle organizzazioni umanitarie internazionali.

Realizzazione di presidi internazionali nei Paesi di transito e di partenza dei migranti, per l’avvio della procedura di concessione di protezione umanitaria. I presidi andrebbero realizzati dalla stessa UE, d’intesa con le organizzazioni umanitarie internazionali. Le necessarie intese con i paesi interessati potrebbero rientrare nella cooperazione con l’UE sul modello dei partenariati per la mobilità, già conclusi con Marocco e Tunisia.

Trasferimento con mezzi legali e sicuri verso il paese di destinazione, tenendo conto delle clausole umanitarie previste dal regolamento Dublino III, nell’ambito di un progetto coordinato europeo di “Ammissione Umanitaria” con il coinvolgimento di tutti gli Stati Membri, fissando quote di accoglienza per ciascuno Stato. Le risorse finanziarie possono essere ricavate dai fondi europei per asilo e immigrazione.

4. Se è giusto chiedere la revisione del funzionamento di Triton lo è altrettanto insistere per una rinegoziazione dell’Accordo di Dublino. In particolare nel punto 13 – in questi giorni all’esame della Corte di Giustizia Europea – che riguarda la definizione di “ingresso illegale” nello spazio Schengen.

5. Coerentemente ci uniamo alla richiesta di Emma Bonino, Luigi Manconi e altri (anche attraverso la raccolta di firme lanciata sul tema) affinché l’Europa applichi pienamente la Direttiva 55/2001 per la concessione della “protezione temporanea” in caso di afflusso massiccio di sfollati. La definizione di “sfollati” contenuta nella Direttiva contempla sia le persone fuggite da zone di conflitto armato o di violenza endemica, sia le vittime di violazioni sistematiche o generalizzate dei diritti umani. Questo permetterebbe di includere quanti, passati dalla Libia, hanno subito violenze e trattamenti inumani. La durata della protezione temporanea è di un anno e non pregiudica la possibilità di chiedere protezione internazionale. La Direttiva  obbliga gli Stati membri a indicare la propria capacità di accoglienza e a cooperare tra loro per il trasferimento della residenza delle persone da uno Stato all’altro.

La Direttiva 55/2001non è mai stata attivata fino ad oggi. Precedenti simili esistono invece nelle decisioni dei governi italiani: in occasione della cosiddetta “emergenza Nordafrica” nel 2011 il Governo concesse, secondo quanto previsto dall’art. 20 del testo unico immigrazione un permesso di soggiorno per motivi umanitari di 6 mesi, rinnovati in seguito per un altro anno complessivo; un altro precedente fu il permesso di soggiorno concesso nel 1999 ai profughi kosovari in virtù di un apposito provvedimento del governo sulla protezione temporanea dei profughi provenienti dalla guerra balcanica. Qualora la richiesta di applicare la Direttiva 55/2001 non fosse accolta dal Consiglio europeo, l’Italia potrebbe comunque procedere all’adozione a livello nazionale di un provvedimento simile a quello del 2011 per imporre la questione a livello europeo e ottenere una presa in carico della gestione dei flussi da parte di tutti gli Stati membri, senza mettere a rischio l’incolumità delle persone in fuga.

6. Va potenziato lo strumento dello sponsor da parte del privato sociale. Ovvero la possibilità, già sperimentata, da parte di associazioni, Chiese, privati di accogliere i richiedenti asilo o rifugiati già riconosciuti tali dall’Onu nei paesi direttamente interessati dai flussi di profughi. C’è chi suggerisce una sperimentazione in Siria e in Iraq data la dimensione tragica della guerra in atto: sono evidenti le difficoltà ma è una via da percorrere in rapporto con le ONG e altre strutture presenti in quei paesi. Bisogna inoltre facilitare le possibilità di ricongiungimento familiare per i parenti di rifugiati già presenti nei nostri paesi.

7. Va potenziata l’accoglienza diffusa nel sistema Sprar. Attualmente solo poco più di 2000 sugli 8000 che conta il nostro paese i Comuni che aderiscono al programma Sprar che consente, proprio in virtù del coinvolgimento di enti locali e organizzazioni sociali del territorio, un’accoglienza meno impattante e più sostenibile per le comunità locali, nonché propedeutica a percorsi condivisi di integrazione. Siamo d’accordo con Beppe Sala, sindaco di Milano e altri amministratori che chiedono l’adozione di norme specifiche finalizzate a premiare i Comuni che aderiscono al programma così da incentivarne il numero, con l’obiettivo di arrivare almeno a 4000 entro la fine dell’anno. In questa direzione un segnale importante è rappresentato dall’accordo siglato dal Ministero dell’Interno e da ANCI nel dicembre 2016. Uno strumento utile che va stabilizzato nelle risorse stanziate e monitorato nella sua corretta applicazione.

8. Con la stessa finalità può contribuire l’impiego in occupazioni, anche temporanee, dei richiedenti asilo con una stretta collaborazione tra prefetture e operatori sociali e del volontariato, come si sta sperimentando nella realtà di Torino.

9. Va data piena attuazione alla legge sui minori stranieri non accompagnati recentemente approvata dal Parlamento. Legge attesa da tempo e ritenuta utile da amministratori locali, agenzie umanitarie, Ong e operatori sociali, forze dell’ordine e operatori della giustizia.

10. Siamo impegnati nella mobilitazione e in un sostegno capillare alla legge sullo ius soli. L’impegno del Pd e del governo rappresenta un ancoraggio per i valori dell’integrazione nel rispetto dei principi costituzionali e della domanda di sicurezza.

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Il fenomeno migratorio va governato fuori da ingiustificate logiche emergenziali che contribuiscono a generare una diffusa percezione di insicurezza. Non possono esserci accoglienza e integrazione senza diritti. Ma neppure senza doveri. A volte basterebbe un po’ di buon senso, quello che dovrebbe far comprendere che non bisogna sommare disagio a disagio (tradotto: non porti campi profughi nelle periferie disastrate delle città); non si può lasciare che interi edifici vengano adibiti a dormitori per migranti, con proprietari che sfruttano gli affitti accatastando persone. Servono controlli del territorio e rispetto delle regole, certamente. Ma insistiamo: la governance di un processo di questa portata necessita di interventi complessi, con attori di scala globale a partire dall’ONU.

Una dimensione che ripropone la necessità storica che l’Europa abbia una politica estera condivisa e una strategia di aiuti allo sviluppo, in primo luogo verso il continente africano proiettata nel medio e lungo periodo come indicato ancora di recente dal presidente Prodi. Solo così è immaginabile intervenire con maggiore efficacia negli scenari di guerra che generano parte di queste migrazioni forzate.

Bisogna ridare alla politica, attraverso gli strumenti del diritto, della diplomazia e della cooperazione una primazia che sembra aver perso negli ultimi decenni, inseguendo la dottrina dell’interventismo militare. Un approccio devastante che ha moltiplicato e aggravato i conflitti in atto a scapito dell’azione di pacificazione e umanitaria per la protezione dei civili coinvolti. L’Europa ha avuto una lunga storia di colonialismo, forse dovremmo fare di più anche per farci perdonare parecchi peccati dei nostri predecessori.

La “Pace” non può restare solo una invocazione del Pontefice ma deve tornare al centro dell’agenda politica di partiti, governi e Stati.

Per l’insieme di queste ragioni pensiamo che sarebbe giusto che il PD promuovesse un vertice urgente dei leader democratici e socialisti europei dove elaborare una comune piattaforma di richieste da sottoporre ai rispettivi parlamenti e all’Europa.

Proponiamo di tenere assemblee e incontri pubblici nei circoli e all’interno delle Feste Democratiche dove approfondire i temi e le proposte contenute in questo nostro appello. Diamo appuntamento a un seminario sul tema “Pace Accoglienza Sicurezza” che terremo a Roma il prossimo 26 luglio.

Roma, luglio 2017

Il Coordinamento nazionale di SinistraDem – Campo aperto