Noi abbiamo il dovere morale di accoglierli

Noi abbiamo il dovere morale di accoglierli

Di seguito pubblichiamo un post di Gianni Cuperlo. Un contributo al dibattito sul tema dell’immigrazione e, insieme, l’impegno di Sinistradem a promuovere una conferenza sul tema dei rifugiati e più in generale delle migrazioni.

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Voglio ringraziarvi, ma davvero, Per l’attenzione e i commenti (moltissimi) al post di ieri. Non ho risposto singolarmente come a volte provo a fare per il numero e anche per la complessità della materia. Dico subito che sul tema mi pare serio promuovere una conferenza. Avrebbe dovuto farlo il Pd per tempo (giusta la richiesta di una riunione della direzione). Lo faremo come SinistraDem invitando il governo e le realtà coinvolte.

Mi pare che parte di voi abbia apprezzato e condiviso la riflessione. Altri hanno espresso critiche ritenendo le frasi del libro del Segretario del tutto o in buona misura condivisibili. Altri ancora, e sinceramente sono quelli sui quali mi sono concentrato di più, hanno criticato l’impostazione mia chiedendo quali fossero le proposte operative per aggredire una emergenza divenuta sempre più minacciosa.

Provo a ragionare una volta ancora e a cercare con voi alcune risposte.

A me sembra che il punto di partenza da riconoscere con onestà sia che l’Europa non ha retto alla prova di questa nuova migrazione. Qualcuno ha detto che siamo rimasti come “sfigurati dalla paura”. Mi sembra tutto sommato una definizione fondata.

È come se avessimo dimenticato un pezzo della nostra storia. Era il 1964 quando la copertina di Der Spiegel festeggiava un certo Armando Rodriguez, milionesimo emigrante accolto dalla Germania Federale con una cerimonia a Colonia e il dono di una motocicletta. Altri tempi. Appena un anno dopo lo scrittore svizzero Max Frish commentava l’arrivo di migliaia di emigranti con la formula quasi poetica “Cercavamo braccia, sono arrivati uomini”.

Oggi il mondo è diverso.

Cresce il numero di persone costrette a vivere in un paese diverso da quello dove sono nate. Erano oltre 150 milioni del 1990, oggi se ne contano più o meno 230 milioni. Migranti sono circa il 3,2% della popolazione del mondo. Nel 2013 due paesi da soli hanno ricevuto un quarto dei migranti internazionali: sono stati gli Stati uniti e la Federazione Russa. Seguiti dalla Germania e con l’Italia all’undicesimo posto.

Le persone costrette a fuggire come profughi ammontano a oltre 60 milioni e sono sulla carta la ventiquattresima nazione al mondo. Con un incremento di una decina di milioni sugli anni immediatamente precedenti ai nostri.

Il paese che riceve il maggior numero di donne e uomini in fuga da guerra e persecuzioni è la Turchia (oltre un milione e mezzo), seguita da Pakistan, Libano, Iran, Etiopia e Giordania. I tre paesi che producono il più alto numero di profughi sono la Siria (poco meno di 4 milioni), l’Afghanistan e la Somalia. Bisogna fare attenzione a un aspetto: l’invasione dei profughi è prima di tutto un dramma che si risolve dentro il perimetro del Sud del mondo.

Questa esplosione di migrazioni forzate trova la sua causa prima nella decomposizione degli Stati post-coloniali tra il Medioriente, l’Africa e l’Europa sud-orientale.

In questa logica il Mediterraneo diventa in senso letterale lo spartiacque e per l’Italia la principale, o tra le principali, passerelle tra i migranti e il loro obiettivo finale che coincide spesso con l’Europa centro-settentrionale.

Ha ragione il governo italiano quando denuncia l’assenza di sensibilità da parte degli altri paesi dell’Europa a partire dalla Germania. Penso si possa dire che è la stessa assenza di sensibilità che la nazione tedesca ha mostrato nei confronti di una condivisa responsabilità sui debiti accumulati dai paesi mediterranei.

Nei fatti il rifiuto del migrante declassato a clandestino è la premessa per la costruzione di nuovi Muri e per una nuova divisione in senso nazionalistico del Vecchio Continente. Insomma un’Europa senz’anima o che la sua anima la vede annaspare tra le onde del Mediterraneo.

Come si capisce la situazione è complicata assai, ma allora, e vengo a parte dei vostri commenti e delle vostre critiche, che fare?

Intanto è giusto usare in modo pertinente le parole.

Spesso si definiscono quelli che partono sui barconi dei disperati. La verità è che chi si imbarca lo fa perché coltiva una speranza estrema. Non sono viaggi della disperazione. Casomai nello spirito di chi li intraprende rappresentano l’opposto. E anche questa consapevolezza credo abbia un peso nel definire la risposta che siamo in grado di offrire.

Poi credo fondamentale capire da dove partono e perché arrivano.

Gran parte delle persone che approdano sulle nostre coste negli anni più recenti sono partiti dalla Siria, dall’Eritrea, da Egitto e Somalia. Molti sono nigeriani o maliani.

Parliamo di 180mila o forse 200.000 arrivi all’anno nel nostro paese.

Se ragioniamo sugli ultimi anni, di questi oltre la metà non è già più oggi sul nostro territorio per le ragioni che a voi tutti sono note. Scarsi controlli e facile uscita dei nostri confini almeno per tutta una prima fase.

Forse è il caso di rammentare che molti migranti venuti da più tempo stanno lasciando il nostro paese a causa della crisi, il che fa sì che il saldo migratorio sia oggi in pareggio o persino, secondo alcuni, negativo. Vuole dire che il trend dell’emigrazione per la prima volta dopo parecchi anni è in crescita mentre aumenta il numero di giovani italiani che cercano riparo all’estero per trovare opportunità professionali che qui non ci sono più.

Tra quanti arrivano il dramma della Siria continua a essere dominante al pari della situazione Eritrea. Siriani e eritrei costituiscono assieme oltre la metà del popolo dei barconi. Questo significa che tra le cose da fare bisognerebbe rivolgere un’attenzione politica, strategica e diplomatica alla ricerca di soluzioni umanitarie per quelle crisi perché quella sarebbe la premessa per una drastica riduzione del fenomeno.

Tradotto, possiamo pure evocare il raddoppio dei Cie o forme di controllo e repressione più marcate (sull’espulsione torno tra un istante), ma resta che pacificare e intervenire in modo umanitario nelle zone di guerra rimane la condizione più utile per fare del bene a quelle popolazioni e ridurre l’afflusso di richiedenti asilo sulle nostre coste.

Insomma bisognerebbe avere l’onestà di riconoscere che quando i migranti dopo un viaggio che può durare mesi, talvolta anni, giungono sulle coste libiche è troppo tardi e bisogna per forza di cose agire “a monte”.

La famosa immigrazione economica nel nostro caso è diminuita in modo significativo rimpiazzata da quella di una popolazione che cerca protezione e rifugio. Potremmo anche dire (l’ha scritto mesi fa la solita rivista che cito qui sopra: Limes) che “non è più la ricchezza ad attrarre ma la democrazia e il rispetto dei diritti umani”. E non per caso l’Italia è oggi alle prese con un numero di richiedenti asilo che non ha precedenti

Accennavo alle espulsione dei cosiddetti irregolari. Continuo a ripetere, come altri che ne sanno più di me, che sarebbe sacrosanto abrogare e rimuovere del tutto il reato di clandestinità introdotto dal decreto Maroni. La realtà è che dopo la Bossi-Fini un lavoratore con regolare permesso di soggiorno, nel momento in cui perde il suo impiego e magari sta mandando il figlio a scuola, ha un anno di tempo per trovare un’altra occupazione. Se non ci riesce scatta la procedura di irregolare ed è sottoposto a provvedimento di espulsione. Mi ha raccontato Luigi Manconi di aver incontrato alcuni di questi lavoratori, o ex lavoratori, rinchiusi nei centri di accoglienza e sono situazioni sul piano umanitario insostenibile. Il punto è che avendo bloccato i flussi la sola modalità di ingresso in Italia è su rotte e mezzi clandestini. E allora oltre alle parole, bisognerebbe rimuovere subito quelle norme che non solo non hanno funzionato ma hanno prodotto situazioni di profonda ingiustizia.

L’altra cosa che la politica dovrebbe fare è chiedersi perché migliaia di persone arrivano, se arrivano, sopra bagnarole prive di qualunque sicurezza e in balia di scafisti senza scrupoli. La risposta è semplice. Arrivare legalmente in Europa ottenendo un visto e viaggiando su mezzi di trasporto di linea è praticamente impossibile anche solo per i ricongiungimenti familiari. Le frontiere sono sostanzialmente chiuse e questo finisce con l’aggravare una patologia che noi commentiamo solamente “a valle”. Ma è “a monte”, insisto, che bisogna intervenire.

Quello che non possiamo fare è aspettare senza muovere un dito che migliaia di donne, uomini e bambini si riversino sulla costa sud del Mediterraneo dopo una traversata del deserto (in senso letterale) in balia di aguzzini senza scrupoli e in attesa di una traversata che per loro è l’unica speranza residua.

Insomma, lo ripeto, la tragedia non comincia sul territorio libico. Quasi sempre sul territorio libico (uno Stato senza regole e senza ordine) la traversata si conclude.

La parte fondamentale del lavoro deve avvenire prima di quel viaggio. Ora, io per primo ho scritto che ci sono zone di guerra e paesi sostanzialmente instabili o prigionieri di conflitti a oggi non governati. Ma tanto più è necessario creare delle zone di garanzia, degli sportelli attrezzati, collocati nei principali paesi di transito e che aiutino quella popolazione migrante a conoscere i propri diritti e doveri compilando la richiesta di visto e individuando le chiavi per l’ingresso legale in un altro paese.

Alcune sperimentazioni sì sono già realizzate in Marocco, nella capitale Rabat dove hanno sede l’ambasciata italiana e l’Unhcr e a Tangeri che è oggi uno dei luoghi principali di concentrazione dei migranti che provengono dall’Africa sub-sahariana.

In queste sperimentazioni il richiedente asilo una volta ottenuto il visto può imbarcarsi su una tratta regolare, eventualmente con un sostegno finanziario.

Penso sia la sola strada percorribile anche perché il passaggio dal programma Mare Nostrum a Triton aveva come scopo il controllo delle frontiere, la salvezza delle vite ma era soprattutto mirato a scoraggiare i viaggi. Il che però non ha assolutamente determinato una riduzione degli stessi e del numero di naufragi perché tu non puoi scoraggiare le partenze quando quel viaggio rappresenta l’ultima ancora di salvezza per esistenze sostanzialmente già violentate.

Sempre nella logica di una azione “a monte”, sarebbe essenziale un unico Ufficio europeo dell’immigrazione da collocare in un paese del Nord Africa e capace per le risorse a disposizione di compiere missioni conoscitive nelle aree di maggiore afflusso. Una struttura incaricata di favorire le vie di ingresso regolari nei paesi dell’Unione.

Naturalmente è giusto riprendere il negoziato per la revisione degli accordi di Dublino in particolare sulle norme che consentono la richiesta di asilo esclusivamente nel primo paese europeo dove si sbarca.

Facilitare le possibilità di ricongiungimento familiare per i parenti di rifugiati già presenti nei nostri paesi.

Prevedere la possibilità di un’azione di sostegno da parte di associazioni, Chiese, privati per richiedenti asilo potenziali o già riconosciuti dall’Onu. Queste persone potrebbero contattare direttamente una sorta di sponsor nel proprio paese di provenienza o nei paesi di transito (c’è chi suggerisce una sperimentazione in Siria e in Iraq data la dimensione tragica della guerra in atto: sono evidenti le difficoltà ma è una via da percorrere in rapporto con le ONG e altre strutture presenti in quei paesi).

Insomma bisognerebbe agire su più tasti allo scopo di ridurre fino a eliminare il fenomeno degli sbarchi.

Non si tratta di promuovere un fenomeno migratorio già consistente, ma di governarlo, controllarlo e naturalmente in prospettiva ridurlo in relazione a quel processo di pacificazione senza il quale qualunque invocazione a fermare i migranti appare nulla più che una voce nel deserto.

Per tutto ciò bisogna farsi carico di una debolezza della riflessione politica soprattutto sul fronte delle opere di pacificazione e di azione umanitaria per la protezione dei civili coinvolti in conflitti devastanti. L’Europa ha avuto una lunga storia di colonialismo, forse dovremmo fare di più anche per farci perdonare parecchi peccati dei nostri antenati.

A chiusura mi piace citare questo brano: “Anziché sognare imperi e colonie in Africa, pensiamo a proteggere, a difendere, sia alla partenza sia nel viaggio e all’arrivo le migliaia di nostri fratelli i quali non più rassegnati alla fame come al proprio retaggio, volontariamente solcano il mare infido, scendono a New York, Rio de Janeiro, Buenos Aires, e mandano in Italia, a furia di fatiche, da 150 a 200 milioni di lire” (questo è Giustino Fortunato e parliamo dei primi anni del vecchio secolo).

Scusate la lunghezza (ma è domenica e io prendo seriamente la volontà di discutere qui sopra).

Comunque è anche per l’insieme di queste note che “Noi abbiamo il dovere morale di accoglierli”.

Buona serata.