Adesso a sinistra è tempo di tessitori e di riparatori 

Adesso a sinistra è tempo di tessitori e di riparatori 

di Susanna Cenni

Il 5 è arrivato, con il suo carico di schiaffi e di docce fredde. Con un messaggio fortissimo di rinnovata partecipazione e di chiara volontà, con annessa articolazione dal punto di vista generazionale, geografico, economico sociale. Abbiamo perso sonoramente e, per la dimensione, inaspettatamente. Adesso quel messaggio pesante va raccolto, letto attentamente ed interpretato adeguatamente.

Possibilmente con una cifra di umiltà e senso della realtà. Quando si perde si deve sempre indagare gli errori compiuti. Non funziona imputare al Paese l`errore, il non aver capito. Sono tra coloro che durante questa campagna referendaria ha sostenuto il Si, pur con riserve su parti della riforma, ma convinta che fosse necessario non dividere ancora, una scelta rafforzata dall`impegno sulla modifica della legge elettorale. Sono tra coloro che hanno ripetuto fino allo sfinimento che «dopo il 4 sarebbe arrivato il 5» e che sarebbe stato necessario riannodare i fili di un passaggio che avrebbe diviso la Sinistra e il Paese.

Forse è anche per questo che in queste ore preferisco concentrarmi sui segnali di possibile ricostruzione di un centrosinistra, che sui distinguo infiniti di vari esponenti della sinistra. Non so che esito avranno le consultazioni del Capo dello Stato e quali saranno lo sbocco ed i tempi della crisi, ma di una cosa sono certa: il Pd e la sinistra devono riorganizzare seriamente il loro campo se non vogliono tradire il progetto che ci ha visto nascere. Un campo che avrà bisogno di nutrirsi di una rinnovata relazione con la giovani generazioni di questo Paese, con le periferie dal punto di vista territoriale ed economico sociale, con le diseguaglianze profonde, con il malessere, con quel tasso di povertà assoluta che sta crescendo. La crisi è aperta ed i cocci sono tanti, ma sarà necessario scendere dentro i numeri e dentro i territori per capire bene il significato di una partecipazione così grande, dopo decenni di assenza dal voto. Numeri anche assai diversi per regione, territorio. Penso a casa mia, Poggibonsi, la Valdelsa. Ad un distretto industriale caratterizzato da imprese, artigiani, operai, immigrazione, da un partito che nonostante gli abbandoni, forse è ancora «comunità», capace di fare una lunga e impegnativa festa de l`Unità, di tenere assieme differenze. Terra in cui il Sì ha sfiorato il 62%, ma che ha anche registrato fastidio per alcuni manifesti e toni di una campagna referendaria divisiva. Io credo che quei risultati siano innanzitutto frutto di un partito che ha ancora un minimo di presidio territoriale, di governi locali ancora attenti alla coesione sociale, alla sanità, al lavoro, all`impresa, alla cultura e a come si risponde alla crisi, nonché ad una idea di sinistra che poggia su un Pd forte, ma anche su sindacato, associazionismo, volontariato, impresa, innovazione. Per rappresentare quella comunità hai bisogno di un partito, ma anche di tutto il resto, e non basta un leader nazionale, pur capace.

Noi non possiamo non chiederci da dove ripartire, e per rne pensare di chiuderci con senso di autosufficienza in quel 40% sarebbe miope e sbagliato. Significherebbe contemporaneamente peccare di presunzione (in quel 40% ci sono elettori che non ci voteranno mai), e di ottusità (nel 60% dei No ci sono nostri elettori, compagni, iscritti uomini e donne, associazioni e pezzi di sinistra con cui tornare a parlare e a lavorare). Lo diceva nei giorni scorsi un attento osservatore della politica: «senza una base culturale la politica non vive di vita propria, bensì di rappresen azione. Mima la realtà e non la impersona». Noi quella base culturale dobbiamo tornare a definirla, dentro al Pd, e attraverso l`interlocuzione con un campo vasto fuori da noi, un campo sociale, civico e politico, un campo capace di competere con M5s e con la destra di questo Paese. Cosi come quella realtà che oggi ci ha voltato le spalle dobbiamo tornare ad ascoltarla, a rappresentarla ed interpretarla. Magari possiamo non avere tutte le risposte, come è naturale che sia in un contesto globale come quello in cui viviamo, con una fragilità grande del pensiero della sinistra Europea. Ma qui, dove il Pd governa Regioni, e per il momento il Paese, abbiamo il dovere di tornare a prendere di petto queste sfide e progettare risposte che non si affrontano con 140 caratteri e nemmeno con i guru della comunicazione. Abbiamo il dovere di porci con grande serietà, oltre al tema della governabilità, quella della rappresentanza reale e profonda del Paese, della sintonia con chi sta indietro. Per questo mi sento di osservare con interesse ed apertura il messaggio ed il progetto, che arriva da Pisapia, Zedda ed altri esponenti della sinistra fuori dal Pd. Non so cosa può nascerne, ma so che abbiamo bisogno di tornare a parlare delle sfide che hanno messo assieme la sinistra, noi nel Pd, ed altri fuori. Abbiamo bisogno di tornare ad investire ed a scommettere sulle cose che ci tengono assieme per competere con la destra. È tempo di tessitura e di «riparare» (come Alex Langer ci ha insegnato), perché i nostri piazzali sono pieni di rottami, ma l`economia circolare ci ha insegnato che rimettere tutto a valore è cosa utile.