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Noi ci siamo stati e ci siamo.

Ci siamo stati sempre nel nome di principi che portiamo dentro e che ci hanno fatto schierare dalla parte di una sinistra che è tante cose: diritti, lotta, lavoro, il senso di appartenere a un’idea e la voglia mai smessa di guardare oltre, di cercare ancora. In questi anni ci siamo battuti provando sempre a combinare lealtà e coerenza. Perché anche questo aiuta una comunità a crescere, a cambiare, a vedere con umiltà i propri errori scorgendo la quota di vero nelle ragioni degli altri.

Un congresso, per importante che sia, non potrà risolvere ogni interrogativo sul futuro, a partire da quel teatro del mondo che conosce accelerazioni brusche e mutamenti destinati a condizionare la storia. Chi oggi siede alla Casa Bianca è estraneo ai valori di chi vi è stato prima di lui. E questo accade mentre l’Europa fatica a dire che cosa è divenuta e come può recuperare la fiducia di popolazioni intere. E allora basta alzare gli occhi sul nostro continente per cogliere il bisogno di una sinistra aperta, plurale, capace di gettare ponti tra forze, tradizioni, partiti antichi e nuovi. Tanto più quei ponti serviranno perché molto è destinato a cambiare a una velocità che impressiona. Per una destra che incalza l’Eliseo, c’è una socialdemocrazia in Germania che ritrova orgoglio e consensi. Mentre movimenti appena sorti, da Atene a Madrid, chiedono ai progressisti l’intelligenza di aprirsi.

Anche noi abbiamo bisogno di quei ponti. Dobbiamo costruirli se vogliamo dare al nostro campo – a un centrosinistra largo, civico – la chance per tornare a smuovere le coscienze e il desiderio di una alternativa oggi possibile e soprattutto necessaria. Dobbiamo farlo dopo un tempo che per responsabilità innanzitutto di chi era alla guida ha visto il Pd spezzare la sua unità. Uscire dal proprio partito non è mai una decisione semplice. A volte anche decidere di rimanervi non è facile. Molti, e moltissimi giovani, questa fatica negli ultimi tre anni l’hanno vissuta. Tanti – e noi siamo tra questi – hanno scelto di battersi ancora per un partito da rifondare e per una sinistra radicale nelle ambizioni. Vediamo l’uso del potere di chi in questi anni è stato al timone. Sappiamo che la stagione alle spalle ha sprecato speranze che pure si erano accese. Si è mostrata l’inadeguatezza di una classe dirigente spesso fondata sul trasformismo. Anche l’idea di una sinistra larga, capace di rappresentare e governare, dopo false partenze va rimessa alla prova nel nome di una unità solida, generosa e non tattica. Tutto ciò è accaduto in un passaggio della storia del Paese e dell’Europa che avrebbe chiesto ben altro coraggio. Uno sguardo rigoroso alla realtà, un coinvolgimento continuo di culture, associazioni, movimenti e sindacati. Ecco perché adesso si impone una svolta sul terreno della politica, della concezione del partito e del potere, delle leadership.

Per questi motivi il congresso del Partito Democratico può diventare importante, e lo sarebbe stato anche di più con un percorso diverso. Per molti è l’occasione di un cambiamento che deve partire dalle città dove sindaci e amministratori capaci vivono alla frontiera. Assieme a loro serve cambiare muovendo dalla vita dei circoli, da una partecipazione che torni a produrre ascolto, comprensione e senso. Per altri è anche l’ultimo tentativo che si pensa di condividere per ricostruire una comunità. In questi anni abbiamo sempre riconosciuto le pagine positive del governo: unioni civili, migranti, il “Dopo di noi”, una prima azione di contrasto alla povertà, la voce alta in Europa o le leggi in materia di giustizia e lotta alla corruzione. Tuttavia è innegabile che il triennio sia culminato in sconfitte severe, dalle regionali al voto di Napoli, Roma, Torino, fino al giudizio sferzante nel referendum sulla Costituzione e alla sconfessione dell’Italicum da parte della Consulta. La conclusione è che senza una svolta nitida e sentita come tale da milioni di elettori della sinistra il futuro del Partito Democratico rischia una ipoteca e potrebbe consumarsi la sua missione storica che era e rimane la stessa, federare un centrosinistra di governo. Ripartire dunque. Ripartire col passo giusto. E nella giusta direzione. Le dieci “regole” che abbiamo scritto non riassumono tutto, ma sono tracce del sentiero da percorrere assieme. 

Questo è anche il nostro contributo alla candidatura di Andrea Orlando alla segreteria del Partito Democratico. Lo sosteniamo con determinazione. Senza rimuovere differenze tra noi, ma sapendo che oggi Andrea rappresenta un punto di incontro capace di mettere in sicurezza il progetto che al Pd ha dato vita cucendo la trama di una tela più grande. In un passaggio così difficile è un atto di serietà unire le forze attorno alla proposta e al profilo che possono aggregare fiducia e consenso. Perché alla fine la bellezza della politica non è mai in una singola persona vissuta come indispensabile. La bellezza dell’impegno è quando in tante e tanti si convincono che a essere irrinunciabili sono le loro idee. E allora queste 10 “regole” sono anche la “carta” che riassume il nostro sguardo sugli anni davanti a noi. Sono i messaggi che ci hanno portato fin qui e lì discuteremo nelle prossime settimane in incontri, seminari, manifestazioni, nei congressi dei circoli. 

Lo abbiamo detto alla nostra assemblea del 4 marzo a Roma: si può fare

Bisogna volerlo.

A Sinistra. Nel mondo della dignità. 10 regole per un altro racconto. SinistraDem – Campo aperto per il congresso del PD – Scarica l’intero documento

Prima regolaLa sinistra deve innovare se stessa e le soluzioni che indica. Quando quella innovazione insegue ricette della destra, la sinistra perde il legame col suo popolo.

Seconda regolaSe vogliamo tornare a vincere con le nostre parole, la persona e la dignità sono fondamenti di una rivoluzione gentile, nel pensiero e nell’azione.

Terza regola. I diritti umani, e per primi i diritti umani di bambini e donne, sono l’utopia irriducibile e universale della nostra epoca.

Quarta regola. L’etica pubblica fonda una nuova economia solo se la sinistra torna a coltivare principi di equità e una più alta moralità.

Quinta regola. L’uguaglianza è sorella della cittadinanza ed entrambe sono figlie della democrazia. Solo la difesa di questa laica trinità segna il futuro del diritto.

Sesta regola. Il lavoro è un diritto. Piena occupazione e piena cittadinanza sono sinonimi. Compito della sinistra è fonderli in una nuova identità globale.

Settima regola. L’Europa avrà un futuro solo se lo alimenterà coi valori della sua civiltà e con la dignità dei popoli.

Ottava regola. Crisi economica e ambientale raccontano lo stesso errore: l’illusione irresponsabile di una crescita senza limiti. A sinistra serve cambiare paradigma e mentalità.

Nona regola. Tutte le persone hanno un valore, nessuna persona deve avere un prezzo. La piena e degna cittadinanza comprende diritti soggettivi. Il conflitto per ottenerli è anima della democrazia e delle libertà.

Decima regola. La democrazia è rappresentanza popolare nelle istituzioni, partiti trasparenti e regolati, una partecipazione consapevole e diffusa.